Perché scrivo

Uno scrittore di cui non ricordo il nome aveva detto che solo uno stupido scrive per ragioni diverse da quella di fare soldi. Sono proprio io: non scrivo per fare soldi e perciò sono stupido. Anche se mi piacerebbe che mi arrivassero i soldi; ma non è questa la ragione per cui scrivo.

Ciò che mi muove è la volontà di resistenza all’andazzo, alla deriva, alla acquiescenza. Tutte situazioni che si riproducono sempre e dovunque e non soltanto in questo tempo e dalle nostre parti. La musica la suonano sempre i vincitori. Il successo crea proseliti. L’egocentrico, l’istrione, il demagogo sono i pastori del gregge. L’istinto gregario segna anche l’uomo. È una condizione che ci accomuna agli altri viventi ed è una condizione necessaria ad evitare il “bellum omnium contra omnes”. In questo modo gli uomini vivono al riparo delle conseguenze delle lotte di potere: li protegge il gregge; mentre i pochi che non si adeguano corrono tutti i rischi di esclusione e di condanna. Che sfociano spesso nella individuazione del capro espiatorio. Così che la procedura rituale funziona come difesa della collettività, liberata da tutte le colpe perché c’è lui, il solo colpevole di tutto che va punito. Fino alla morte.

A questo punto conviene partire da un dato permanente nell’animale sociale homo, come in tutti i mammiferi: il rango. Questione più che altro maschile che si instaura a partire dai segni reciproci che i membri si scambiano. Prevalentemente di imposizione (i pochi) e di sottomissione (la maggioranza). Vi è poi un tertium genus (raro) che non emette segni: né di imposizione, né di sottomissione, al quale ambisco di appartenere io stesso. La bipartizione è l’espediente evolutivo che può garantire la pace sociale a partire dal momento in cui il rango del maschio alfa non è più insidiato da validi aspiranti. Nella società umana lo schema alfa-gregari si complica o si arricchisce di ulteriori elementi quali la cultura, la menzogna, il fascino, la posizione sociale, la fase storica, ecc. La lotta per il primato vede molti più aspiranti. Se il capo viene individuato come il più forte la lotta si risolve prima ancora di affrontarla. Se invece gli elementi che lo costituiscono sono tanti è probabile che alla supremazia si arrivi attraverso l’uso di diversi tasti. Sull’orizzonte del capo ci sarà sempre la congiura degli aspiranti che via via si assicureranno l’investitura. Nulla è più precario del ruolo del capo. Dietro: il gregge che segue sempre il capo di turno. In mezzo ci sono quelli pronti a punire i fedeli del capo sconfitto e quelli che sono dotati della specialità di sentire prima di altri la puzza della decadenza del capo in disgrazia e, insieme, essere mentori del nuovo capo. Costoro possono esser uomini di partito, funzionari, giornalisti, professori, impiegati, giudici, scrittori, sindacalisti, tutti accomunati dalla prontezza nel saltare sul carro del vincitore. Ecco, io li avvisto e li riconosco da subito. Sentono per primi la puzza del capo in disgrazia; da subito sento la puzza insopportabile del loro arrivismo, servilismo, ipocrisia. Che siano star televisive affermate, intellettuali raffinati, moralisti integerrimi non fa differenza: non li sopporto. So che l’uomo è fatto così: è adattabile e opportunista, menzognero e violento; ma non mi rassegno. Non è l’uomo che vogliamo quando guardiamo ai nostri bambini o agli innumeri eroi della bontà, dell’amore, del coraggio, del sacrificio. Guardando a questi errori li rivesto di una ulteriore qualità: il perdono, che non li assolve ma li giustifica. Perché non sanno quello che fanno.

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