Tasse

Se tutti pagassero le tasse, chi le paga, pagherebbe di meno. L’evasione fiscale vale 100, 120, 130, 200 miliardi all’anno. L’evasione è il reato più odioso; un peccato da confessare (Papa Bergoglio). Pagare le tasse è bello (Mario Monti).

Sindacalisti, giornalisti, scrittori, presentatori, soubrettes, deputati, pubblico e privato impiego, lavoratori dipendenti, docenti di economia e persino ministri delle Finanze. Pensate a tutte le categorie che vi vengono in mente e vedrete che sono tutte, ma proprio tutte che, in coro, si proclamano ligie al dovere (e al piacere di pagarle) e tutti schierati contro lo spregevole, delittuoso comportamento che contribuisce a quei 120 miliardi di evasione annuale.

Ecco, tutti costoro sono accomunati da una felice condizione: le tasse gli vengono trattenute alla fonte. Senonché materialmente l’esborso resta a carico del datore di lavoro che è gravato così anche di questo onere.

Tutti quei contribuenti felici c’è da dire che le tasse non le pagano proprio tutte (l’insegnante che dà lezioni private o il pensionato che fornisce consulenze o sistema il giardino di una villa o fa il collaboratore domestico). Tutti costoro, appena possibile, ricevono compensi in nero. Dunque sono evasori sia gli autonomi sia gli occupati: cioè tutti.

Per cominciare a capire come mai questo succeda bisogna pensare, e lo dicono tutti, che le tasse sono troppo altre e tendono a salire ulteriormente. Dov’è il guasto?

Tutti i nostri risparmi vanno al fisco (fiscus = canestro) dal quale si attinge per assicurare gli stipendi e il benessere sociale (welfare). Questo è il rapporto corretto. Ma così non è. I governi, i deputati, i consiglieri vogliono accontentare i loro lettori e così si inventano organismi, si creano sinecure, si assicurano privilegi a persone, gruppi, società, sindacalisti. Circa diecimila “partecipate” (quasi tutte inutili e/o sovradimensionate) sottraggono molte risorse da quel canestro. Più della corruzione, che comunque è contrastata dall’azione della magistratura. Che, purtroppo non sempre sa essere efficace. Non sempre con i grandi gruppi titolari anche del potere mediatico. Il mitico “avvocato” Gianni Agnelli aveva portato in Svizzera mille miliardi e la cosuccia si è saputa solo perché un erede ha fatto causa. Il fisco invece è spietato con le partite IVA e con tutti gli autonomi. Infatti le aliquote degli autonomi sono pressoché il doppio di quelle dei dipendenti. Perché, spiega lo stato, si presume che evaderanno. Questo vuol dire che una cospicua evasione è già prevista e scontata e perciò non potrebbe essere tassata; invece lo è pesantemente e progressivamente.

Se questo è lo stato delle cose, se l’evasione è presunta e prevista dallo stato, allora non è esecrabile ma lecita e necessaria.

Proprio come la pensava, all’alba della nostra Repubblica, l’economista Luigi Enaudi: l’integerrimo Presidente della Repubblica; che sicuramente non trascurava il fatto che i cespiti sottratti a questo fisco occhiuto, in qualche modo, finiscono reimpiegati nella economia reale.

Ecco il paradosso: se davvero la vostra lotta all’evasione avesse successo finireste per infliggere il più duro colpo all’economia reale.

Odissea nello spazio

Il 16 maggio del 2001 è nato Adamo, figlio di mio figlio Angelo e di sua moglie Silvia.

Dopo un mese forse dalla nascita il bambino è stato affidato per qualche giorno alla nonna Magda e a me. Ma una di quelle sere, rientrando, sono andato nella stanza da letto, dove il bambino dormiva. C’era un silenzio ovattato. Sono entrato in un luogo di mistero dove quella copertina su quel corpicinio incuteva un sentimento di reverenza. Si celebrava la vita nella sua accezione nascosta e potente. La sua vita, contemporanea alla mia, pur nello sfasamento anagrafico. Ecco, ti voglio dire che lì, quella volta ti ho incontrato. Tu eri, e sei anche ora, un riassunto di tutto quello che ti ha, ci ha preceduto. Nei tuoi occhi mi spingo fino ad un futuro inimmaginabile.

Perché scrivo

Uno scrittore di cui non ricordo il nome aveva detto che solo uno stupido scrive per ragioni diverse da quella di fare soldi. Sono proprio io: non scrivo per fare soldi e perciò sono stupido. Anche se mi piacerebbe che mi arrivassero i soldi; ma non è questa la ragione per cui scrivo.

Ciò che mi muove è la volontà di resistenza all’andazzo, alla deriva, alla acquiescenza. Tutte situazioni che si riproducono sempre e dovunque e non soltanto in questo tempo e dalle nostre parti. La musica la suonano sempre i vincitori. Il successo crea proseliti. L’egocentrico, l’istrione, il demagogo sono i pastori del gregge. L’istinto gregario segna anche l’uomo. È una condizione che ci accomuna agli altri viventi ed è una condizione necessaria ad evitare il “bellum omnium contra omnes”. In questo modo gli uomini vivono al riparo delle conseguenze delle lotte di potere: li protegge il gregge; mentre i pochi che non si adeguano corrono tutti i rischi di esclusione e di condanna. Che sfociano spesso nella individuazione del capro espiatorio. Così che la procedura rituale funziona come difesa della collettività, liberata da tutte le colpe perché c’è lui, il solo colpevole di tutto che va punito. Fino alla morte.

A questo punto conviene partire da un dato permanente nell’animale sociale homo, come in tutti i mammiferi: il rango. Questione più che altro maschile che si instaura a partire dai segni reciproci che i membri si scambiano. Prevalentemente di imposizione (i pochi) e di sottomissione (la maggioranza). Vi è poi un tertium genus (raro) che non emette segni: né di imposizione, né di sottomissione, al quale ambisco di appartenere io stesso. La bipartizione è l’espediente evolutivo che può garantire la pace sociale a partire dal momento in cui il rango del maschio alfa non è più insidiato da validi aspiranti. Nella società umana lo schema alfa-gregari si complica o si arricchisce di ulteriori elementi quali la cultura, la menzogna, il fascino, la posizione sociale, la fase storica, ecc. La lotta per il primato vede molti più aspiranti. Se il capo viene individuato come il più forte la lotta si risolve prima ancora di affrontarla. Se invece gli elementi che lo costituiscono sono tanti è probabile che alla supremazia si arrivi attraverso l’uso di diversi tasti. Sull’orizzonte del capo ci sarà sempre la congiura degli aspiranti che via via si assicureranno l’investitura. Nulla è più precario del ruolo del capo. Dietro: il gregge che segue sempre il capo di turno. In mezzo ci sono quelli pronti a punire i fedeli del capo sconfitto e quelli che sono dotati della specialità di sentire prima di altri la puzza della decadenza del capo in disgrazia e, insieme, essere mentori del nuovo capo. Costoro possono esser uomini di partito, funzionari, giornalisti, professori, impiegati, giudici, scrittori, sindacalisti, tutti accomunati dalla prontezza nel saltare sul carro del vincitore. Ecco, io li avvisto e li riconosco da subito. Sentono per primi la puzza del capo in disgrazia; da subito sento la puzza insopportabile del loro arrivismo, servilismo, ipocrisia. Che siano star televisive affermate, intellettuali raffinati, moralisti integerrimi non fa differenza: non li sopporto. So che l’uomo è fatto così: è adattabile e opportunista, menzognero e violento; ma non mi rassegno. Non è l’uomo che vogliamo quando guardiamo ai nostri bambini o agli innumeri eroi della bontà, dell’amore, del coraggio, del sacrificio. Guardando a questi errori li rivesto di una ulteriore qualità: il perdono, che non li assolve ma li giustifica. Perché non sanno quello che fanno.

Pierluigi Lia

A quasi 87 anni mi tocca parlare di don Pierluigi che se n’è andato a quasi 60. Quanti bei difetti ha, aveva, il nostro, il mio don Pier! Passionale e maniaco dell’ordine, non nascondeva le proprie antipatie. Voleva dei seguaci e amava gli spiriti liberi. Si riconosceva nello spirito medioevale e carolingio ma è stato poliedrico come un uomo del rinascimento. Teologo, storico e critico d’arte; appassionato dantista e leopardiano. Il suo paesaggio dell’anima era la montagna. Trasmetteva il suo entusiasmo per la bellezza e le cose alte ma si impegnava in lavoretti anche pesanti e umili.

Grande capacità organizzativa e grande generosità; è stato e rimarrà un punto di riferimento per tante persone che lo hanno incontrato, e amato.

Anch’io lo amo per come sosteneva la sua opinione in modo esclusivo, per aprirsi poi, improvvisamente, al mio punto di vista.

Quasi trent’anni di dimestichezza hanno alimentato l’affetto sempre più intenso fra di noi.

Ora si è nascosto in quell’Aleph inaccessibile. Perciò mi manca.

Adulterio – tradimento – gelosia

Che tradimento e adulterio siano comportamenti generalizzati è dato certo pur in assenza di suffragio statistico, ma con amplissimo riscontro nella letteratura. La gelosia ne è l’altra faccia, ineliminabile. La morale corrente vorrebbe che la risposta del geloso fosse di civile accettazione; senza conseguenze. Così nei tribunali e nei talk show. Così spiegano e consigliano psicoterapeuti e psichiatri. Questi ultimi dimenticano che Freud spiega che quando la gelosia appare assente dal comportamento è segno che ha subìto una rimozione e quindi avrà un ruolo nell’inconscio.

Insomma, anche senza Freud, se la gelosia è una passione, è un dolore,  non la si può cancellare con le buone maniere. Infatti le cronache quotidiane ci raccontano come spesso il dolore si trasformi in violenza, anche estrema; in volontà di rivalsa. Il tradimento mette in discussione l’io stesso del tradito. Se tu neghi me, io nego te. È il meccanismo comportamentale di questi assassini che infatti sovente (e più spesso i maschi), subito dopo aver annientato il partner, sanciscono il proprio annientamento col suicidio. Dunque la cultura corrente non mette al riparo da questi esiti. Et pour cause! Se si pretende di blandire la natura dell’uomo col palliativo dell’educazione civile, l’esito è scontato. La natura, proprio come negli animali (scimmie, lupi, cani, gatti) vince. Non rassegnarsi vuol dire dimenticare i rimedi molteplici suggeriti dalla cultura corrente, per pensarne altri.

Immagino una soluzione, forse ardita, ma con fondamento, come dirò più avanti: abolire i corsi di educazione sessuale e di psicologi di coppia. Semmai: spiegare che tutti possono fare sesso con chiunque sia consenziente. Ovviamente vanno abrogate tutte le leggi restrittive in materia, nel momento in cui la libertà sessuale sarà finalmente concepita come un semplice corollario della libertà tout court. Con la conseguenza che le corna saranno meno ingombranti. Perché se prevale l’idea che tuo padre, tua figlia, tua moglie, tua madre, tua sorella, tuo nonno, tua nipote, hanno tutti i diritti di andare con chi vogliono, verrà meno quel carico di discredito sociale che rende più inaccettabile il tradimento. Funzionerebbe come funziona per chi frequenta le prostitute e non ne è geloso. La natura profonda di tutti noi è la massima libertà possibile. I limiti devono essere solo quelli necessari, anche se contro la naturale propensione di tutti. Limiti che diventano tabù, come per l’incesto. Il divieto tabuico consente di mantenere l’ordine sociale e vale erga omnes. È un tappo. Dentro il contenitore gli individui si astengono solo in ragione del tabù. Perfino il codice Rocco sanziona l’incesto solo qunado, notorio, crea scandalo. Non so se esistano statistiche affidabili, ma da molte fonti so che la pratica fra zii e nipoti  e, soprattutto, fra padri e figlie è molto più frequente di quanto si sappia. Insomma, controllo sociale e leggi coartano la libertà e sono causa di comportamenti violenti o deviati o delittuosi come violenza privata, sequestro di persona, stupro o omicidio. Tutti fenomeni non diffusi nel mondo animale. Il tabù si giustifica e nasce dalla necessità di evitare la proliferazione di conflitti e il disordine famigliare e sociale. Nel mondo animale, lo specchio della nostra natura più propfonda, la conflittualità permanente e il disordine vengono disinnescati con il predominio del capobranco al culmine della scala gerarchica. La libertà sessuale è insopprimibile in tutti i viventi. Se la reprimi fai guasti senza poterla incatenare. Non per niente l’uomo pratica l’autoerotismo che consente, con la fantasia, a adulti, vecchi, bambini di vivere le esperienze sessuali più varie e proibite. La fantasia onirica non conosce il limite. Così come nel sogno, l’autoerotismo soddisfa tutte le possibili fantasie erotiche: giovani con vecchi, incontri plurimi, gruppi di scambio, bondage. Ma anche nella realtà non virtuale ci sono i vizi inconfessabili eppure praticati: c’è chi ama essere pagato o pagare; o essere apostrofato con i peggiori epiteti; o  ama le situazioni di pericolo; o chi è esibizionista; o chi è sadico o masochista…

Questa varietà infinita di declinazioni della sessualità fattuale e di quella onirica ci dice come sia ridicola l’educazione sessuale che si impartisce nelle scuole o nelle sedute psicoterapeutiche.

Il sesso non è un incontro fra “persone adulte e consapevoli”; o di buone maniere; o moralmente accettabille e approvato da leggi e regolamenti, preti o rabbini, femministe o censori, o moralisti o giudici. Il sesso è il crocevia di infinite direttrici biologiche, di comunicazione, di pensiero la cui trama è allo stesso tempo semplice e misterica. È come  il sole o la luna. È come la vita o la morte. Con un ossimoro: un mistero semplice.

Non so se per acquiescenza o per naturale inclinazione io sono e sono stato sostanzialmente una persona” normale”: non eccessivamente trasgressiva. Ciò è bene perché implica un temperamento fra la piu completa liberetà sessuale e l’esigenza di limitare i conflitti e il disordine che ne deriverebbero. Alla base di questo equilibrio non può esserci che la famiglia. Proprio quella famiglia “mattone naturale della società”, come si diceva nel tempo in cui non si parlava di famiglie arcobaleno o pluricellulari o chissà che altro. La famiglia il cui fulcro sia la madre di famiglia; il ruolo dileggiato dalle femministe, sfavorito dalle leggi, dimenticato dallo spettacolo e dai media torni a essere il fonamento di una società che voglia salvarsi dalla atomizzazione dei rapporti e dall’egoismo. Pesonalmente mi riconosco nella definizione  che di se stesso dava Prezzolini: un anarchico conservatore. I pensieri che precedono mi pare riflettano proprio questa natura: libertà e conservazione.

Sul sesso

Una mattina, sul primo canale tv, assisto ad uno dei tanti “dibattiti” sul rapporto, e sulla violenza, fra i sessi. Un maschio trentenne ha avuto rapporti con una “bambina” tredicenne. La didascalia, la conduttrice e tutti gli altri opinionisti reclamano una condanna dura per il violentatore. Il quale, peraltro, pare si sia scusato dicendo: «io l’amo». La 13enne, o 14enne, non si è capito, ha detto che ha consentito al rapporto. Ma il garante per i consumatori (uno non proprio bellissimo) ha contestato una signora che aveva ricordato una sua parente che trent’anni fa, 14enne, era andata a letto con un uomo che poi aveva sposato regalandogli un po’ di figli. Questi parlano di amore. Ma l’amore non è scambio di pezzi del corpo, e qui ha concluso con una sentenza memorabile: «l’amore è condivisione». Una signora ha detto di occuparsi spesso di minori (le credo: si esprime coi concetti tipici degli operatori del settore). Anche lei ha contestato il caso di trent’anni fa dicendo che allora era così ma che ora è diverso; senza spiegare perché ciò che trent’anni fa era lecito, oggi è addirittura un delitto.

Dopodiché ho spento perché potrei anticipare, parola per parola, ciò che tutti questi pensosi partecipanti affermano con vigore. Nemmeno per caso capita che ci sia qualcuno che dissente quale che sia il contesto. Come per il femminismo, anche in questo ambito, attiguo e condizionato dal femminismo, vige il pensiero unico che è l’anticamera (anzi, la camera da letto) di ogni regime autoritario. Parlano del rapporto fra maschi e donne, del sesso, dell’amore come se fossero attività da regolamentare, stabilendo i canoni comportamentali; e le severe sanzioni per chi se ne discosta.

Nello stesso tempo viene censurato e deriso come bacchettone ogni richiamo alla morigeratezza e al riserbo nella vita sessuale. Da una parte la repressione e addirittura il carcere e dall’altra la liberazione. È la schizofrenia degli esperti opinionisti che pretendono di poter guarire ignorando di aver bisogno di essere curati.

Il caravanserraglio (psicoterapeuti, mediatori di coppie, sessuologi, giudici dei minori e della famiglia, giornalisti, filosofi) espone e dispone e a me vien fatto di chiedergli come mai la loro competenza non li aiuti nella loro vita sessuale così problematica, insoddisfacente e triste.

Ne frattempo il sesso viene celebrato e praticato universalmente. Nell’intimità, nella solitudine, nel gruppo, nel commercio: dal sesso emana come una immensa nuvola carica di mani che nessuno mai terrà a freno. Perché il sesso è il fondamento primo della comunicazione. Non è competenza; è estro, libertà, piacere. È l’espediente naturale che libera l’istinto riproduttivo. Come la vita stessa è un mistero. Come la bellezza, l’arte, l’amore. Dell’amore è il risultato e la causa.

Goethe 80enne innamorato di una 18enne non mi dà scandalo. Fra i due ci fu intesa, ma il padre di lei proibì alla figlia di sposarlo. Cosa ci fu fra i due? Sesso, amore, ammirazione?

Si è detto che il maschio cerca nella femmina la buona fattrice e la femmina nel maschio colui che sa proteggere la prole. Perciò, secondo le epoche, la forza fisica, il rango, l’intelligenza, l’autorevolezza, il potere. Il maschio è eccitato dalla riservatezza della femmina (perché vuole anche la certezza della paternità) ed essa è eccitata dal potere del maschio. Se questi la compra, essa ne è lusingata. Così si spiega perché nella letteratura, nell’arte, nella storia, nella vita comune le donne, anche giovanissime, spesso amano o sposano o sono attratte dai maschi maturi o vecchi; perché raramente si innamorano di un povero.

Il sesso, vissuto in modo sano, libero, procura il piacere che non abita invece chi pretende di sottoporlo a regole.

Guai a costoro se diranno di averne competenza! Qual è la competenza nel piacere dei sedicenti esperti? Loro pensano – vogliono che maschi e femmine siano uguali e perciò si negano al piacere che vive dello scambio. La meraviglia del sesso sta nel dare e ricevere piacere. Sapere che ti piaccio aumenta il mio piacere e sapere che mi piaci aumenta il tuo.

Cari femministi ed esperti, lo scambio ha come presupposto necessario la diversità. La comunicazione è, ontologicamente, flusso e riflusso fra individui, cioè, a dire, enti distinti. È quella che dà il massimo del piacere. C’è piacere anche nella bellezza di un tramonto o di un temporale, di un coro o di uno spettacolo o nel mangiare cioccolata; esperienze in cui siamo in comunicazione con la realtà delle cose e dei fatti. Ma il vertice del piacere si trova nella comunicazione più completa del sesso o dell’amore. Il sesso è, come dice il Papa, un dono di Dio. È bellissimo e non deve essere mortificato dai moralisti. Questi, tutti in coro, si sono scandalizzati per il comportamento dell’insegnante, rimasta incinta di un suo allievo 14enne, e ne invocano l’arresto per violenza sessuale aggravata. Lei se n’è innamorata? Ancora più grave. Pensi la fedifraga agli sconquassi che ha portato alle rispettive e al “bambino”. Questa censura sembra ragionevole; senonché anche i tradimenti fra coniugi o compagni di età canoniche generano sconquassi fra le famiglie e disagi per i figli. Ogni attività umana ha ripercussioni su tutte le situazioni. È una risonanza armonica o cacofonica di tutto su tutto. È la vita: molte volte è l’amore.

In questa ultima tratta…

In questa ultima tratta mi sono convinto che l’eroismo consiste “nel vedere il mondo così com’è e amarlo” (Romain Rolland, Vita di Michelangelo). Ma come si può? amarlo?

Leggo i giornali, guardo la TV, lavoro (nel Tribunale dei minori si possono vivere esperienze psichedeliche), vado al cinema o per strada e  incrocio costantemente modestie, esibizionismi, conformismi, ipocrisie, falsità, violenza. Camuffati, mascherati da rispetto (per le donne, i bambini, gli anziani, i disabili o i malati) tolleranza, democrazia, legalità, buona educazione, libertà, lealtà etc. La variante mascherata si avvale degli stessi interpreti i cui registi sono i “conduttori”, i direttori di giornali, gli “opinionisti”, psicologi, politologi, cantanti etc. Il tratto comune è un espediente comunicativo efficace: individuare due categorie: “l’altro” (retrogrado, reazionario, razzista, fascista, maschilista, corrotto, negazionista) e “il se stesso” (sensibile, solidale, onesto, democratico, antifascista e libertario). Così delineato lo schieramento, non c’è confronto: “l’altro” è ridotto a un ruolo subalterno e balbettante di fronte al trionfante pensiero unico. Accade così che, in nome della difesa della donna, questa viene ridotta a controfigura dell’uomo. In nome della difesa dei minori, bambini in tenera età vengono strappati ai genitori perché in casa non assicurano l’igiene o perché poveri. In nome della libertà sessuale, i giovani fino ai 18 anni, sono ridotti, per legge, a puri oggetti insipienti e privi di sessualità. In nome della libertà di espressione a non poter esprimere  le proprie opinioni (sbagliate!) sulla shoa o sulla resisenza. Altrimenti c’è il carcere. Non si può criticare la politica di Israele. Accade così che nessuno (storico, psicologo, giornalista, capo di governo, perfino il Papa) si domandi quale ragione spinga tanti giovani e giovanissimi a compiere gli esecrabili attentati teroristici immolando se stessi. Accade che nessuno, in ricordo della distrazione di tutti loro ai tempi dello sterminio degli ebrei, metta in guardia contro la distrazione sulla schiavitù del popolo di Palestina.

Mi ritengo fortunato per non essere vissuto, se non da bambino, sotto il regime fascista. D’altronde spesso mi capita di imprecare alla sfortuna di vivere in questi tempi democatici e libertari. Lo spirito di questi tempi impone  al legislatore leggi censorie e punitive; istituisce giorni della memoria.

Prima o poi a qualcuno salterà in mente di istituire il giorno della memoria del sacrificio di Spartaco e della crocifissione dei suoi. O di proclamare martiri della libertà Bruto e i suoi congiurati. Mentre, per ora, nessuno si sogna di innalzare un monumento alla memoria della tratta degli schiavi o dei morti del Mediterraneo (o  in Libia, Siria, Iraq, Afganistan).

La recita della litania degli orrori potrebbe scorrere senza sosta per ore e per pagine e ciò giustifica l’iniziale: “come si fa ad amarlo questo mondo?”. Ma poi mi dico che l’eroismo di Romain Rolland, in fondo, suona come il precetto di Gesù “amatevi gli uni gli altri…”. Poiché sono cristiano cercherò almeno una ragione per amarli. E la trovo. Costoro, tutti, sono figli e nipoti e discendenti dei fascisti e nazisti che fecero e applicarono le leggi razziali, delle teste di ca…volo che applaudivano nelle piazze, che impiegavano gli schiavi neri per la raccolta del cotone, dei legionari romani che uccisero Spartaco e i suoi, di Pizarro e degli inglesi nell’India di Gandhi. Dovrò amarli: è la genetica. Mi viene però un dubbio: sono un cristiano o sono un eroe?