Sul blog

Cerco di spiegare, o meglio di capire, prima di tutto io stesso, le ragioni profonde della creazione del blog.

La più evidente è il desiderio di comunicare, con una modalità più incisiva, la parte nobile della comunicazione: quella della propria idea del mondo.

Tutto è segno. Ci sono segni minimi e segni imponenti, vistosi. Le nuvole che preannunciano la pioggia e gli ammassi che preludono all’uragano. La mimica del viso e del corpo per i sentimenti e le emozioni. La forma più articolata e complessa dei segni coscienza di sè; la più alta, profonda, estesa è quella del pensiero. E, su tutte, la forma del pensiero scritto. Più del comunicare diretto che può essere disturbato o deviato da elementi concomitanti. Una voce gradevole o sgradevole, le fattezze del viso, la postura del corpo influiscono sulla percezione del pensiero.

I momenti più pieni della mia vita sono stati e sono quelli dedicati alla lettura dei grandi autori. Li leggi e li ami come ami Nabokov, Flaubert, Céline, Leopardi. Proprio lui: Giacomo. Il suo amore disperato per la vita costituisce il sistema arterioso di tutta la sua opera e della sua vita. Questo è il senso che ne ricavo. Così si attiva la corrente fra il segno/pensiero di chi scrive e il senso/pensiero di chi legge.

Già, ma una volta ribadito che tutto è segno mi avvedo di aver solo descritto un meccanismo, un come fuziona. Ma, come nasce e quale sia la natura di questa infinita rete di segni ci rimanda, per l’inizio, all’nsondabile mistero di chi o che cosa ha dato inizio. E per il fine ad un’altra categoria indecifrabile come il futuro. “Il naufragar m’è dolce in questo mare”. Così potrei dire anch’io al cospetto del mistero.

Il mistero poi non ci acquieta: cerchiamo sempre, ostinatamente un senso all’insensatezza del vivere. Nessuna risposta ci soddisfa. Eppure, forse, esiste la possibilità di trovare il bandolo del filo. Mi ci avvicino guardingo, con cautela, con sospetto e rispetto: è una parola calpestata, snaturata, perfino capovolta. Si chiama e si dice: amore. Nel suo significato sorgivo forse è proprio la parola- chiave, la forza che può dare significato a tutto. Non come programma, ma come destino.

Rider

Se fossi un imprenditore assumerei questi ragazzi, spesso poco più che bambini, che arrancano sulle nostre strade su bici e motorini sgangherati, sulle spalle la cassetta della pizza a domicilio.

Pedalata energetica, decisa; niente pausa caffè, pausa toilette ridotta al minimo. Instancabili e celeri; perché la pizza deve arrivare calda.

Faranno bene ad organizzarsi sindacalmente, ma la loro cifra è il lavoro: portare i soldi a casa o pagarsi gli studi serali. Ricordano quei ragazzi, o bambini, che fino agli anni ’60 del ‘900 cercavano una bottega o un’officina che affidasse loro qualunque compito. Sono i piccoli eroi dei nostri giorni.

Datori di lavoro! Se siete furbi, assumeteli.

Contabilità

Penso che capiti a molti. Sempre più spesso, mentre mi rado, tento il calcolo del numero di lamette che potrò consumare. La confezione da 5 dura in genere 15 giorni: quindi 2 al mese, 24  all’anno. Prudentemente mi assegno ancora due anni e 48 confezioni.

E i rotoli di carta igienica? Quanti tubi di dentifricio e quanti spazzolini?

Non è un’attività scientifica: la variabile principale non mi è nota e i pensieri si liberano dai lacci della logica favoriti dalla solitudine protetta che mi assicura il bagno. Ci sto meno di un’ora al giorno; facciamo 300 ore in un anno; che, ad oggi, vuol dire 86 x 300 = 25.800 ore.

Tante ora di lettura, oltre la cura della persona.

Non indulgo molto allo specchio per il controllo dell’estetica, ma qualche secondo in più per scrutare il mio sguardo; che si distoglie e non mi risponde.

Ricordo le immagini di me che mi ha rimandato negli anni, da quasi infante al vecchio che mi appare oggi. Se potessi trasferirle in fotografie legate a nastro, le potrei far scorrere.

Ne verrebbe fuori, come in un film, una kafkiana metamorfosi.

Lo specchio

La mia faccia allo specchio ha qualcosa di metafisico. Ci sono io di qua e quest’altro di là che sono ancora io, ma molto più vecchio e diverso da come immagino. Questo, di là, non ha spessore, è pura superficie e quindi secondo la geometria euclidea non può avere un “dentro”. Non ha un aldilà, come sperimenta il gatto che si affaccia dietro lo specchio per cercare il suo gemello riflesso. Epperò gioca a rimpiattino e rimanda al di qua luce, colori, immagini.

Quando sono davanti a uno specchio, mi fermo sempre un po’ più di quanto serva a controllare il mio aspetto. Mi considero, mi osservo, mi interrogo, ma non so rispondere.

L’eco mi pare funzioni allo stesso modo. La voce l’ho prodotta io; la sua eco mi ritorna inviata da una parete, da una roccia, da una fitta boscaglia. È la mia voce ma non l’ho prodotta io. Così i bambini si divertono a emettere in successione parole, urla, fischi, canti; un botta e risposta serrato che li affascina.

Come per la palla. La scagli sul muro e ti ritorna come un boomerang.

Il Giano bifronte dei latini ha dato il nome al mese di gennaio che chiude e apre l’anno. Come la porta: di qua e di là.

Andata e ritorno.

Ancora sul femminismo

Resta fermo il diritto (e il dovere) della donna di pretendere il rispetto in ogni campo. Su questo donne e uomini non debbono mai lasciar passare, ma, puntigliosamente, rivendicare la giustezza della buona battaglia che non deve scadere in forme estreme di sindacalizzazione che spesso sfociano in atteggiamenti incongrui e grotteschi. Genitore 1 e genitore 2 sono l’esito comico di questa ossessione per la cosiddetta parità che viene giustificata dalla tutela dei genitori omosessuali i quali, anche loro, si dividono in maschio e femmina. E poi chi sarà il genitore 1? Chi dovrà rassegnarsi ad essere il numero 2?

Avvocato o avvocatessa; presidente o presidentessa; deputato o deputata? Io dico come quel comico televisivo: «Me ne fotto». Dicono anche le femministe che l’approccio è molesto se così lo percepisce la donna. Tutte le occasioni sono buone per celebrare le donne come divine multitasking. Preparano la colazione, portano i bambini, lavorano in ufficio, accudiscono i genitori, etc. etc. etc. Mentre il maschio abulico, sdraiato sul divano a vedere le partite, indolente e scorbutico dirotta i figli dalla mamma.

All’esaltazione acritica delle donne risponde il giudizio severo sull’uomo che non è più visto come l’altra metà dell’essere umano, ma solo come controparte egoista in una società che si regge solo sulla generosità della donna.

Così si spiega l’esplicito svilimento della «funzione riproduttiva» della donna.

Così si spiega l’esplicito svilimento della “funzione riproduttiva” della donna, che viene vista come un fastidio; con ciò negando ontologicamente l’essenza stessa della donna. “L’angelo del focolare” viene usato sarcasticamente contro la donna nella sua superficialità.

Contribuire all’educazione alla mitezza, al rispetto a chi è debole o diverso, questo è il dovere di ogni educatore. Ma le battaglie femministe vanno in direzione contraria, rischiando di suscitare reazioni violente nei maschi più confusi e disorientati. Metto la minigonna, indosso il monokini, sto fuori tutta la notte. Se ho cinquant’anni mi prendo un giovanotto di venti, che male c’è? la donna, se non è schiavizzata, ha il diritto di prostituirsi: ma il maschio che la incontra deve essere sanzionato.

La verità distorta genera una legislazione disancorata dalla realtà. Uccidere una femmina è più grave che uccidere un uomo. Una quattordicenne che seduce un diciottenne ha comunque subito una violenza? Se un cinquantenne sta con una ventenne è il solito maschio che usa il suo potere per assicurarsi un trofeo. Se una cinquantenne sta con un giovane invece, è segno che vuole vivere appieno la sua femminilità. Con tutti i difetti che si possono attribuire ai maschi, non hanno diritto anche loro a vivere la loro mascolinità? E si può dire che in questo sono meno autocelebrative le donne, visto che non sbandierano continuamente che i lavori più pesanti o rischiosi o usuranti o la guerra sono affrontati più che altro da loro? Le femministe ci chiamano maschi e non uomini. Noi invece le chiamiamo donne. Donna dal latino “domina”.

Essere sindacalizzata verso una controparte che non c’è potrà incrementare qualche quota rosa ma non porterà nulla alla concezione della femmina, nobilitata dal nome di donna, di madre, di figlia, di madonna alla quale l’uomo è devoto.

Insomma, il femminismo ha senso solo verso i bruti.

Femminismo

Molto presente nel dibattito attuale e, mi pare, con scarso dibattito visto che la «controparte», il maschio, fa da coro alle femministe. Queste, tutte in assetto di guerra, si battono per la parità. in tutto. I maschi, intimiditi, a parole, sono i più accesi paladini delle donne. Non si ha notizia dell’esistenza, in qualche sperduto borgo di montagna, di un dichiarato maschilista.

Questo pervasivo brusio femminista della “lotta dei sessi” è chiara espressione del presente clima di verità popolare o populista. La saggezza, innocenza, onestà del popolo è l’unico percorso lecito. Qualunque dissenso nasconde l’intrigo, il complotto, la cospirazione e comporta il disprezzo per le idee e per chi le esprime.

È il clima e il percorso di tutte le rivoluzioni.

Tutte: da quelle dei Gracchi fino a quella in Venezuela, deflagrano per profonde ragioni. Perfino gli eccessi che le accompagnano vanno giustificati.

Però, amici, non dimenticate: la rivoluzione mangia i suoi figli. I Gracchi, Spartaco, Masaniello, Robespierre, saranno messi a morte.

Passaggio dunque necessario e terribile. L’uomo, la storia, non sono in grado di rimediare alle ingiustizie, agli squilibri, alle umiliazioni senza il bagno di sangue.

L’uomo sembra inchiodato a questo passaggio hegeliano: stato-rivoluzione-nuovi codici.

Ecco: vorrei tentare l’impossibile per evitare quel percorso di sofferenza. E parto da questo: ogni uomo è figlio di una donna e di un uomo. Ogni donna è figlia di un uomo e di una donna.

È banale, ma costringere alla semplice constatazione che uomo e donna non possono essere “controparti”.

Sempre banale. Ma essi sono gli unici deputati alla conservazione della specie.

Sono sì diversi, ma componibili.

Nessun titolo

Eccomi qua! Questo è il logo del mio blog: non so bene che cosa sia; né
come funziona. Insomma: qui sarei fuori posto
e, se non ci fosse stata la disponibilità del mio omonimo nipote, non ci
avrei nemmeno pensato.
Sarà lui ad occuparsi della gestione. Per parte mia dovrò capire se devo
esprimere qualche idea; suscitare qualche immagine; condividere,
entrare in polemica, indignarmi, rallegrarmi. È la comunicazione. Ce la
farò? Credo dipenda soprattutto da voi.
Aspetto.

P.S.: l’argomento di esordio potrebbe essere questo: “uomo-donna”.